in foto: avvocati, imprenditori e liberi professionisti siciliani nel mondo che compongono il direttivo di ” Chiamata Sicilia”
Dua Lipa e Callum Turner, sposi in Sicilia hanno fatto notizia. “L’uscita” del giornalista del Telegrapf che si sono sposati nel covo della mafia, invece apre una ferita. Troppe anime buone sono cadute in battaglia. Troppe vite sacrificate: tutte hanno vinto immolandosi su chi ha compromesso una terra così bella. Ed ora arriva il “buontempone di turno” con la tastiera a coltello e con la sua enorme arma e distruggere la vittoria del bene sul male.
Troppi orfani in questo fazzoletto di mondo per “fargliela passare” al giornalista miope. Sui social, corre veloce il disappunto. Non resta lì, sospeso negli occhi dei lettori. L’ONG, “Chiamata Sicilia” ha detto la sua in una lettera aperta. “La storia della Sicilia non è la storia della mafia. È la storia di un popolo che, nonostante la mafia, continua ogni giorno a costruire il proprio futuro” scrivono i componenenti del direttivo (nella foto), un’organizzazione non governativa, che opera senza fini di lucro.
Sono professionisti “siciliani nel mondo” che promuovono progetti innovativi che possano portare sviluppo sostenibile al territorio. La lettera al Telegraph è in risposta all’articolo “The former Sicilian mafia nest hosting the celebrity wedding of the year”. Da Chiamata Sicilia al direttore Chris Evans e al Giornalista Nick Squires. “Scriviamo dalla Sicilia, ma anche da Milano, Roma, Bruxelles, Londra, Boston, Dubai e da molte altre città del mondo.
Scriviamo a nome di Chiamata Sicilia, una rete di giovani siciliani che hanno scelto di non interrompere il legame con la propria terra. Alcuni di noi vivono ancora nell’isola. Altri, sono partiti per studiare o lavorare altrove. Tra noi ci sono ricercatori, imprenditori, manager, professionisti, amministratori locali, operatori del terzo settore. Ci sono persone che hanno studiato nelle migliori università del mondo, comprese Harvard, altre che oggi svolgono la loro professione in istituzioni internazionali di eccellenza. Percorsi diversi, idee diverse, storie diverse.
Ma una convinzione comune. La Sicilia merita di essere raccontata meglio” scrivono senza enfasi e con orgoglio perchè – ribadiscono – questa è la Sicilia. L’ONG che ha l’obiettivo di creare opportunità concrete per lo sviluppo della Sicilia attraverso le varie iniziative, alla lettura dell’articolo dedicato al matrimonio di Dua Lipa e Callum Turner in Sicilia, spiega: “Non vi scriviamo per contestare i fatti riportati. La mafia è esistita ed esiste.
Nessuno di noi intende cancellare una verità storica che ha segnato profondamente la nostra terra. Vi scriviamo invece per contestare una scelta narrativa. Come sapete, da professionisti del settore quale siete, nell’epoca della comunicazione digitale il titolo non è semplicemente l’introduzione a un articolo. Il titolo è spesso l’articolo stesso. È ciò che milioni di persone leggono, condividono e ricordano. È ciò che rimane nella memoria collettiva molto più dei dettagli e delle sfumature contenuti nel testo. E quando il titolo associa immediatamente la Sicilia alla mafia, milioni di persone ricevono un messaggio semplice e immediato: Sicilia uguale mafia, come se questo fosse il tratto distintivo attraverso cui raccontarla al mondo. Non perché quel passato non sia esistito.
Ma associare la Sicilia solo alla mafia è semplicemente una distorsione cognitiva e non rende giustizia a ciò che siamo veramente. La Sicilia non è la mafia. La Sicilia è la terra che la mafia l’ha subita, combattuta e continua a combatterla ogni giorno. La Sicilia è la terra di uomini e donne che hanno perso la vita per contrastare il potere criminale. È la terra di magistrati, giornalisti, forze dell’ordine, insegnanti, sacerdoti, imprenditori e cittadini che hanno avuto il coraggio di dire no quando sarebbe stato più facile tacere. È la terra di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Di Francesca Morvillo. Di Pio La Torre. Di Peppino Impastato. Di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Di tutte quelle vittime che hanno pagato con la vita la scelta di stare dalla parte della legalità. In Sicilia, la mafia ha tolto la vita a tante, troppe persone.
Ma non è riuscita a togliere il diritto di pronunciare quei nomi ad alta voce. Ogni volta che la Sicilia viene ridotta a una scorciatoia narrativa che la identifica con la mafia, si rischia di cancellare proprio il sacrificio di queste persone. Noi, come Chiamata Sicilia, abbiamo deciso di assumerci una responsabilità. Abbiamo costruito una rete di circa cento siciliani sparsi nel mondo. Persone che hanno studiato, lavorato e costruito il proprio percorso professionale in Sicilia e lontano dall’isola, continuando a investire tempo ed energie per la loro terra d’origine. Lo facciamo perché crediamo che il modo più efficace per sconfiggere la mafia non sia soltanto l’azione giudiziaria, fondamentale e indispensabile, ma anche la diffusione della cultura, dell’istruzione e della partecipazione civica.
Combattiamo la mafia nei comportamenti quotidiani, nelle scelte educative, nei progetti sociali, nell’esempio che proviamo a dare alle nuove generazioni. Per questo ci ferisce vedere che, ancora oggi, una delle regioni più complesse, ricche e straordinarie d’Europa possa essere sintetizzata davanti agli occhi del pubblico internazionale attraverso il richiamo immediato alla criminalità organizzata. La Sicilia è arte, ricerca, innovazione, università, imprese, letteratura, accoglienza, archeologia, paesaggi e cultura. È una terra che da millenni rappresenta un ponte tra popoli e civiltà.
È una terra che continua a produrre talento e valore molto oltre i propri confini geografici. Immaginiamo di visitare un giorno le vostre città. Alcuni di noi, lo hanno già fatto. Potremmo raccontare Londra attraverso le sue gang criminali. Potremmo descrivere alcune aree del Regno Unito attraverso le organizzazioni che, in diverse epoche, hanno praticato traffici illeciti, violenza o criminalità organizzata. Potremmo scegliere quella scorciatoia.
Ma non lo faremo. Perché sappiamo che un territorio non coincide con le sue pagine peggiori. Potremmo ricordare il Regno Unito per la tratta degli schiavi, per l’hooliganismo calcistico, per gli accoltellamenti nel centro di Londra, per i troppi legami con Jeffrey Epstein. Invece vogliamo ricordare il Regno Unito per la sua tradizione democratica, per le sue università, per la sua letteratura, per il contributo dato alla scienza, alla cultura e al giornalismo. Lo ricorderemo per Shakespeare, per Newton, per la BBC, per le sue istituzioni, per la capacità di influenzare il mondo attraverso le idee.
Lo stesso rispetto chiediamo per la Sicilia. Non di essere raccontata come una terra perfetta. Ma di essere raccontata come una terra intera. Con le sue ferite e con il suo coraggio. Con i suoi problemi e con la sua dignità. Con la mafia, certo.
Ma anche con tutto ciò che la mafia ha cercato invano di distruggere e che invece continua a vivere grazie a milioni di siciliani”.
Graziella Mignacca








