Il responso delle urne è definitivo: l’Italia ha scelto di non cambiare. Con il 53,8% dei voti, il “No” vince il Referendum sulla giustizia, segnando una battuta d’arresto per il progetto di riforma promosso da una parte della politica. Nonostante il rispetto espresso dalla premier Giorgia Meloni e dal ministro Carlo Nordio, il dato nazionale racconta di un Paese spaccato geograficamente: se il Nord (con il Veneto al 58% di “Sì”) spingeva per il cambiamento, il Mezzogiorno ha eretto un muro invalicabile a difesa dell’attuale assetto costituzionale.
La Campania guida la resistenza con il 65% di No, seguita a ruota dalle altre regioni del Sud. Per l’Associazione Nazionale Magistrati si tratta di un “bel giorno per i cittadini”, una vittoria interpretata come la salvaguardia dell’indipendenza delle toghe. Tuttavia, dietro la vittoria del No si cela il fantasma dell’astensionismo, con un’affluenza nazionale che ha faticato a decollare, lasciando ai territori il compito di dare un senso politico a questa consultazione.
In questo scenario, la Sicilia emerge come il caso politico più emblematico. Qui il “No” ha stravinto con il 61%, ma il dato è macchiato da un record negativo: l’affluenza più bassa d’Italia (46,14%). Un siciliano su due è rimasto a casa, eppure chi si è recato ai seggi lo ha fatto per lanciare un segnale di netta opposizione.
A Messina, il “No” si è attestato al 59%, una percentuale solida che, pur essendo leggermente inferiore alla media regionale, conferma la tendenza dell’Isola. Con un’affluenza cittadina ferma al 42% a Catania e al 47% a Messina, il messaggio è duplice: da un lato il rifiuto della riforma, dall’altro una stanchezza democratica che preoccupa i vertici regionali.
Ma è proprio questo risultato, così sbilanciato verso il “No”, a rimescolare le carte nel Palazzo d’Orleans. Negli ambienti politici siciliani il dibattito si è già spostato dal merito del referendum alla tenuta della legislatura.

Il distacco tra l’orientamento del governo regionale (favorevole alla riforma) e il voto popolare è talmente ampio da far ipotizzare una crisi imminente. Se la coalizione di centrodestra non riuscirà a interpretare questo segnale di malcontento, la legislatura potrebbe chiudersi in anticipo. L’ipotesi che circola con insistenza è quella di un ritorno alle urne a ottobre 2026.
In Sicilia, il referendum non è stato solo un voto sulla giustizia, ma un termometro del consenso. Se il “No” ha vinto nelle urne, il rischio per il governo Schifani è quello di perdere la maggioranza nel Paese reale.
Messina, Palermo e Catania hanno parlato: ora resta da capire se la politica siciliana saprà ascoltare o se sceglierà la strada del logoramento fino all’inevitabile scioglimento anticipato.








