In alcuni comuni della nostra provincia c’è un fenomeno che ormai non può più essere liquidato come semplice disorganizzazione. È diventato un metodo, una prassi, quasi un linguaggio.
Il linguaggio dei pagamenti che avanzano, arretrano e poi si dissolvono, come una promessa fatta in controluce.Per dare un’immagine chiara di ciò che accade, serve una metafora potente. E qui entra in gioco la processione di San Leone.
Precisiamo subito: Sinagra non c’entra nulla.La tradizione dei due passi avanti e uno indietro è solo un esempio folkloristico efficace per spiegare l’andamento di certe amministrazioni quando devono pagare professionisti e collaboratori.
Viene citato solo perché la famosa e bella processione di San Leone (la sera di Pasqua), con i portatori che avanzano due passi e tornano indietro di uno, offre l’immagine perfetta di ciò che oggi accade in diversi municipi. Tutto qui.
Il copione, ormai, è noto.
Si comincia con la grande promessa: “C’è un incarico da 500 euro.” Un annuncio che fa tirare un sospiro di sollievo a chi lavora, perché — in un territorio dove le professionalità esistono eccome — non si chiede altro che correttezza.
Poi arriva la fase del ridimensionamento improvviso: un nuovo incarico da 250 euro.
E i 500? Spariti nell’aria, sospesi tra un ufficio che “sta verificando” e un altro che “sta aspettando un’autorizzazione”.
Alla fine, come un bicchiere d’acqua nel deserto, arriva il pagamento dei 250 euro.
Il resto rimane in bilico, intrappolato in una rete di giustificazioni che ormai rasenta il grottesco: piattaforme che non funzionano, firme in ferie perenne, moduli mancanti, controlli su controlli che portano all’immobilismo totale.E mentre i cittadini sono costantemente invitati a “fare la loro parte”, a pagare in tempo, a rispettare scadenze e regolamenti, ci si dimentica troppo spesso che l’esempio dovrebbe venire dall’alto.
Che un’amministrazione, per essere credibile, deve prima di tutto essere puntuale e trasparente nei confronti di chi lavora per essa.Non sono casi isolati.
Non sono incidenti.
Sono segnali di un sistema che ha smesso di funzionare e si affida alla creatività delle scuse anziché alla responsabilità degli atti.E allora, sì, la metafora della processione funziona: due passi avanti e uno indietro.
Con una differenza sostanziale, però: nella processione vera, alla fine si arriva a destinazione o in piazza.
Qui, invece, ci si perde lungo il tragitto, e a rimetterci non è una statua, ma persone che lavorano, aspettano e spesso tacciono.Forse è il momento che qualcuno, almeno una volta, faccia l’esercizio più rivoluzionario di tutti:
un passo avanti… e basta.
Editoriale – “Due passi avanti e uno indietro: il nuovo ritmo dei pagamenti pubblici”









