Tre mesi. Novanta giorni di calendario che girano, di stagioni che timidamente accennano al cambiamento, di una quotidianità che prova a riprendersi i suoi spazi tra i vicoli di Montagnareale. Ma è una normalità apparente, una crosta sottile che copre una ferita ancora aperta, sanguinante e, quel che è peggio, avvolta in un silenzio che definire “assurdo” è un eufemismo di cortesia.
La “Strage di Montagnareale” (nella quale hanno perso la vita i fratelli Devis e Giuseppe Pino 26 e 44 anni di San Pier Niceto e Antonio Gatani, 82 anni di Patti). che ha sconvolto questo angolo del messinese tre mesi fa non è stata solo un fatto di cronaca nera. È stato uno strappo violento nel tessuto sociale di una comunità, un triplice delitto che ha lasciato sul campo vite spezzate e interrogativi rimasti sospesi nel vuoto gelido della burocrazia investigativa e della rassegnazione collettiva.
“Non è l’assenza di rumore a spaventare, ma l’assenza di risposte. Il silenzio sulle indagini diventa, col passare dei giorni, un complice involontario dell’oblio.”
Perché questo silenzio? Perché la narrazione di una tragedia così immane sembra essersi fermata alle prime ore convulse, ai rilievi della scientifica, ai titoli cubitali dei giornali del giorno dopo? Una comunità ha il diritto di sapere. Ha il diritto di capire non solo il “chi”, ma anche il “perché” un tale abisso di violenza si sia spalancato sotto i propri piedi. L’opinione pubblica, spesso accusata di avere la memoria corta, in questo caso sembra essere stata indotta al letargo.
Le istituzioni e gli inquirenti mantengono il riserbo – doveroso, certo, in fase di indagine – ma quando la riservatezza si trasforma in un muro di gomma che rimbalza ogni richiesta di verità, il rischio è che il dolore si trasformi in rabbia o, peggio, in indifferenza.
Montagnareale non merita di essere ricordata solo per un massacro finito nell’archivio dei “casi in corso”.
Merita giustizia. E la giustizia, prima ancora delle sentenze nelle aule di tribunale, passa per la trasparenza e per la costante ricerca della verità. Tre mesi sono un tempo infinito per chi aspetta risposte. Sono un tempo intollerabile per chi crede ancora che la legalità debba essere il faro di questo territorio.
È ora di rompere questo silenzio. È ora che le voci di chi non vuole dimenticare tornino a farsi sentire, affinché il triplice delitto di Montagnareale non diventi l’ennesima pagina bianca di un libro di storia siciliana scritto col sangue e chiuso troppo in fretta.






