Editoriale – Il diritto di ricominciare (da zero): il caso Enzo Basso e il peso del tempo

C’è un paradosso tutto italiano che si consuma tra le aule di giustizia e le rotative dei giornali: la notizia di un arresto corre veloce, occupa le prime pagine, scuote l’opinione pubblica; la notizia di un annullamento, invece, arriva spesso quando il silenzio ha già coperto le macerie.

La decisione della Corte di Cassazione sul caso di Enzo Basso non è però una “notizia di corridoio”, ma un atto giudiziario che impone una riflessione profonda sul rapporto tra giustizia, tempo e libertà di stampa. Annullare “senza rinvio” non solo l’appello, ma azzerare persino il primo grado, significa dire che si riparte da zero. Dopo nove anni. Il problema è che, in questi nove anni, il “punto zero” non è rimasto intatto.

Nel 2017, l’arresto di Enzo Basso non fu solo un fatto di cronaca giudiziaria, ma l’atto finale di un’esperienza editoriale, quella del settimanale Centonove, che per un quarto di secolo aveva raccontato la Sicilia (e Messina in particolare) con una voce fuori dal coro. La chiusura di una testata è sempre una sconfitta per il pluralismo, ma quando questa avviene sulla base di presupposti che la Suprema Corte oggi decide di “cancellare alla radice”, la sconfitta diventa collettiva.

I dati tecnici emersi — crediti di bilancio corretti a fronte di contestazioni errate, sentenze tributarie favorevoli, procedure di legge rispettate — ci dicono che la realtà dei fatti era molto diversa da quella descritta nelle ordinanze di allora.

Eppure, il danno è stato fatto: un’azienda chiusa, rami d’azienda ceduti senza evidenza pubblica, e una carriera giornalistica segnata dal marchio dell’infamia. La sentenza della Cassazione restituisce onore all’uomo e al professionista, ma non può restituire i nove anni trascorsi, né le migliaia di pagine che Centonove non ha potuto scrivere.

Ci troviamo di fronte a quella che potremmo definire una “vittoria amara”: la conferma che il sistema delle garanzie funziona, ma con una lentezza tale da risultare, nei fatti, punitiva a prescindere dal verdetto finale.

Questa vicenda ci ricorda che il giornalismo d’inchiesta vive in un equilibrio precario. Quando la magistratura interviene in modo così radicale su una struttura editoriale, il rischio è che il processo diventi esso stesso la pena.

Oggi Enzo Basso può dire che la sua verità ha trovato ascolto a Roma. Ma il rinvio al Tribunale di Messina per un nuovo corso ci dice che la partita non è finita, solo che le regole del gioco sono state finalmente ristabilite.

Resta il monito per tutti noi: la prudenza non è un accessorio del diritto, ma la sua essenza. Perché se è vero che la legge è uguale per tutti, è altrettanto vero che il tempo non lo è, e nove anni passati nel limbo non li restituisce nessuna sentenza, per quanto tranchant e/o radicale possa essere.

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