Ancora una volta, l’asfalto della Statale 113 si trasforma in teatro di una tragedia che lascia senza parole. Il bilancio dell’incidente avvenuto ieri sera nei pressi del cimitero di Acquedolci è di quelli che tolgono il respiro: due vite spezzate, una famiglia distrutta e una comunità, quella di Caronia, che si risveglia avvolta nel silenzio e nel dolore.
Giuseppe Criscì e Domenico Gerbino, suocero e genero, 54 e 25 anni. Due generazioni diverse unite dallo stesso tragico destino in un frammento di secondo.
Un impatto violentissimo tra due auto che non ha lasciato scampo, trasformando una serata ordinaria in un incubo di lamiere e sirene.
Mentre i rilievi delle forze dell’ordine cercheranno di fare luce sulla dinamica e sulle responsabilità, resta il dato umano, il più difficile da elaborare.
C’è una giovane donna di vent’anni che, in un solo istante, ha perso il padre e il compagno, e che ora si trova a lottare in un letto d’ospedale non solo contro le fratture fisiche, ma contro un trauma che segnerà la sua intera esistenza.
Non è solo cronaca nera; è una ferita aperta per l’intero territorio dei Nebrodi. Ogni volta che una vita — o in questo caso due — si interrompe bruscamente sulle nostre strade, sorge spontanea una riflessione sulla sicurezza di arterie spesso troppo strette, troppo buie o semplicemente troppo pericolose per il volume di traffico che sostengono.
Ma oggi, più che le polemiche o l’analisi tecnica, prevale il cordoglio. Ci stringiamo attorno ai familiari delle vittime, a chi resta a piangere un vuoto incolmabile, con la consapevolezza che nessuna parola potrà mai restituire ciò che la strada, in una tragica sera d’aprile, ha deciso di portarsi via.





